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Il racconto di viaggio più recente
una viaggio inaspettato
Di alice visconti, italia
Sono stata a Copenhagen 4 giorni da sola,sognavo da tanto di andarci...Due giorni erano di lavoro e due legate al week end (ho fatto spostare il volo da ven. a domenica) Era Novembre faceva freddo, ma come sempre quando vado al nord, io mi sento a casa. La neve è più neve al nord, mi piace tutto. Sono stata a Copenhagen ho visitato diversi hotel per lavoro e la città mi è parsa meravigliosa, troppo pochi tre giorni per conoscerla a fondo. I danesi hanno un altissimo grado di civiltà! Poi sono stata ll'hotel Palace nella piazza del municipio e ho ritirato un biglietto per visitare 3 castelli (quello della regina il castello di Kolding, quello di Amleto e l'ultimo, il più bello cast. di Fredensborg) ma ce ne sono nacora tanti da vedere! Ho speso solo 57 euro per un giro in bus con la guida che ti segue tutta la giornata.
Consiglio a tutti di andarci è un paese neraviglioso, fuori dalla metro (che ti porta fino in aereoporto senza problemi), ci sono tante biciclette tutte non legate! Sono stata in hotel e in un b&B in centro in un vecchio palazzo antico. Ho cenato a base di aringhe.Consiglio una visita ai grandi magazzini dove si trovano lampade meravigliose (ah il design danese...!) e anche piumini a prezzi ottimi. Ho viaggiato da sola senza problemi.
Ho attraversato anche il nuovo ponte e sono stata a Malmo in Svezia davvero a due passi.
Ci tornerò al più presto! Non vedo l'ora!
Copenhagen. Dove amo vivere.
Di fabio lauri, italia
Parto per il Settentrione d'Europa. Copenhagen e limitrofi.
Lascio Genova in treno, ancora immersa nella subdola umidità di un anticiclone delle Azzorrre restio a concedersi. Attraverso sonnacchioso l'ubertosa Padania agricola/industriale (in tempi ancora recenti le maestre ci insegnarono a chiamarla Pianura Padana) sino alla Grande Milano. La capitale morale del paese. Raggiungo l'Aeroporto di Malpensa, avvolto da un traffico megagalattico di Fantozziana memoria. Solo dopo il check-in so di avercela fatta. Di essere in rotta per le terre alte, abilità del pilota permettendo. Non amo i decolli e gli atterraggi non mi appartengono, in quanto bipede terrestre. Ma per il Grande Nord...questo e molto altro.
sono come sempre eccitato all'idea di sentire i tersi cieli scandinavi. Di osservare il tagliente silenzio che vi regna sovrano. Di immergermi nella quieta civiltà che vi ha piantato baracca e burattini. In questa ennesima occasione di esplorazione, sento l'impellente bisogno di respirare anche una fresca boccata di cultura vichinga. Contemporanea, moderna o antica non farà differenza. Forse l'esigenza, nasce dal tentativo inconscio di trovare una o più falle in questo universo socialmente quasi perfetto.
Alla fine decolliamo. Rosario scaramantico, sgranato con disperata e superstiziosa frenesia. Traspirazione ascellare blandamente accelerata. Sono anch'io un guerriero tra i guerrieri. Il mastodonte alato abbandona rombando i nostri fumosi cieli lattiginosi. Sembra farcela. Ecco le Alpi, la Svizzera, la miriade di campi giallo verdi della Germania rurale, i boschi della Foresta Nera. Mature hostess, bionde e sorridenti, forse stanche, mi danno il primo assaggio di tribù normanne. Un tempo feroci, oggi all'apparenza e nei fatti civilissime. I mei compagni di volo, sono in gran parte simili a loro. Neonati dalla pelle chiarissima e più che paffuti, gli occhi grigio-ghiaccio spalancati, subiscono senza fiatare il canonico e doveroso cambio del pannolino. Giovani mamme dalla complessione fisica tipica del corazziere, portano a termine l'incomodo con la più assoluta padronanza dei cieli e dei vuoti d'aria. Padri giganteschi, spesso e volentieri granitici nella loro espressione indecifrabile, leggono assorti quotidiani dai caratteri per me ostrogoti. Forse sono sprezzanti per coscienza eugenetica. Magari puro ed esibito machismo Che si tratti solo di geografica indifferenza per il prossimo altro e remoto da loro?
Io ho preso "la pastiglia per il mal d'aereo"...
In Scandinavia è comune, normale ed ovvio avere figli in giovane età. Mi si dice che sia considerato logico e naturale. Dal momento che, lo Stato "spreca" e profonde risorse per agevolare al massimo la maternità e la famiglia.
Mi sento già in un paese straniero. Agli antipodi come cultura ed approccio al quotidiano ed al mistero dell'esistenza. Nessuno ride, tantomeno urla od impreca, sul mio volo di linea MIlano-Copenhagen. Nessuno si lamenta o sembra annoiarsi. Non c'è traccia apparente di insofferenza, anche traballando a diecimila metri di quota. Ogni volta assisto alla stessa scena di quasi domestica familiarità. Ed ogni volta scopro di stupirmi di questo differente adeguarsi alla instabile caducità della vita. Cado sempre nella stessa trappola. Forse sono io ad arrivare da un mondo troppo "incasinato". Oppure loro vivono in un mondo ovattato con il silenziatore sempre inserito? Reprimono i sentimenti di rabbia ed insofferenza? Fingono sprezzo e stoicismo? Che non abbiano il dono della fantasia e dell'impazienza?
Le mie dilettantesche riflessioni socio-psicologiche da quattro soldi, sono all'improvviso interrotte da una ampia ed avvolgente manovra di atterraggio.
Momento sempre problematico per il mio coraggio puramente terrestre. In questi frangenti, anche la famosa pastiglia, può davvero poco. Nonostante la tensione, noto con giosa sorpresa che su Copenhagen splende un sole vivido ed intenso. Il cielo è quasi blu. Di meglio non potevo chiedere, tranne che di atterrare sano e salvo. Odino, oggi, mi trova simpatico. Riconquistata la terra sotto i piedi, realizzo di non potermi permettere di sprecare una simile e fantastica meteorologia in terra scandinava. Le ampie vetrate riverberano incandescenti, spazzando di sole le biondissime capigliature di ragazze dalla folgorante bellezza. Il suddetto gioco caleidoscopico, ha il potere di rendere ancora più vivido il benessere materiale che traspare da ogni negozio, bar, ristorante o edicola del Kastrup Airport. Un piccolo gioiello di moderna tecnologia al servizio del benessere itinerante.
Adesso in treno. Destinazione Copenhagen. Il convoglio, quasi perfetto nella sua lucida pulizia, corre ad oltre duecento all'ora, verso la città della romantica Sirenetta. Ho prenotato con largo anticipo per due notti, in un albergo-museo che già ben conosco. Venti minuti di tragitto ed eccomi scodellato nel centro esatto della capitale del regno di Sua Altezza la Regina Margherita II di Danimarca.
Sono solo le tre del pomeriggio. Ho quasi una vita davanti a me, da qui alla fatidica mezzanotte del riposo del giusto.
Qui è quasi tutto costruito per noi pedoni-ciclisti. Paradiso fattosi realtà per un camminatore come il sottoscritto. Per un amante della bicicletta sempre in biblico tra la vita e la morte sul suolo italico. Per un italiano votato al terrore delle strisce pedonali nostrane. Potrei prendere un taxi ed aggirare la zona "pedestrian, è ovvio. Ma che senso avrebbe sprecare anche una sola goccia dello Stroget, il viale più famoso della vita mondana di quaggiù? Fare l'italiano a queste latitudini, dovrebbe essere considerato un crimine contro l'umanità.
Alti e datati palazzi di mattoni rossi, verdi tetti ramati. Lunghe finestre piombate Talvolta una facciata bianca o color crema. Talaltra le nuove tecnologie fanno capolino. Un moderno palazzo di acciaio e vetro, un grande magazzino. Ma è assai raro in centro. La modernità contemporanea è tutta nella periferia e nella immensa zona portuale.
Quindi, anche Copenhagen, nel suo insieme, è una città museo. Memoria traspirante di un passato vissuto nel quotidiano con amore e rispetto.
E' una splendida giornata. Quasi calda per queste latitudini. Nonostante il pesante carico di zaini, volo la distanza che mi separa da una doccia e dalla libertà. Di andare per siti culturali e divertimenti correlati. Il mio albergo-museo si chiama Admiral Hotel. Un edificio immenso e solido, nel suo stinto colore di paglia sporca. La storia narra che nel corso del diciottesimo e del diciannovesimo secolo svolgesse le nobili funzioni di granaio per la regia marina danese e la città tuttta. Sono certo che, se mai vi capiterà di soggiornare sotto le sue spesse travi di quercia, finirete per condividere con me la sua anima profonda. Quella suggestiva sensazione di vecchia marineria imperiale alla Horatio Nelson. Con l'aggiunta di un'immaginaria spruzzata di spietato carcere per ammutinati manigoldi ed incorreggibili.
A me, in absentia di più fervida fantasia, ha sempre ricordato un vecchio deposito di polveri e palle da cannone, stile l'eroico suicida biellese Pietro Micca.
Alle ore 16, miracoli dei portentosi aghi della doccia, sono tornato fresco e pimpante come uno studentello ventenne. Pronto a lanciarmi a capofitto in un progetto a lungo coltivato. Andare dove voglio andare. Vedere quello che non ho mai visto e tornare dove già sono stato con ripetitiva ed assidua soddsfazione.
Lasciata la suggestiva prigione a 4 stelle, mi inoltro per un breve tratto, lungo il ventoso molo antistante. I miei occhi hanno bisogno di spazi ampi. Dato importante sulla civiltà danese. Il molo suddetto, è sempre battuto con indefessa assiduità, da ciclisti e pattinatori a rotelle ad ogni ora del giorno. Mi immetto quindi nel grande cortile del Palazzo reale di Amalienborg (come potete vedere sono già in ambito museale itinerante). Me lo godo solo con la coda dell'occhio, avendo come riferimento la cupola della imponente Frederiks Kirken (detta anche "chiesa di marmo"). Questo notevolissimo edificio, fà da punto di riferimento per un ampio viale denominato Bredgade. Per l'interno della marmorea non ho tempo. Però meriterebbe assai. Oggi niente cultura con la prima lettera dell'alfabeto maiuscola ed in grassetto. Solo intrattenimenti nazional-popolari per queste prime frenetiche ore in terra nordica. Un paio di minuti di passi lunghi e ben distesi ed eccomi in un'altra immensa piazza. Con il sole in faccia ritrovo uno dei miei angoli smisurati e preferiti. La ventosa Kongens Nytorv. Punto nevralgico della metropoli. Cielo azzurro, nubi sfilacciate. Impotenti contro un sole quasi mediterraneo. Atmosfera perfetta per assecondare gli slanci ludico-impalpabili di un viaggiatore incolto quale il sottoscritto. Qui so di potermi rifocillare in puro stile danese. Scegliendo a caso in uno dei tanti chioschi di hot-dog e birra che fanno da onnipresente marchio di fabbrica di ogni angolo di Copenhagen. Due panini, due salsicciotti, senape e ketchup quanto basta. Mi avvento su di loro. Mi ospita una panchina con vista a 360° sui dintorni. Sono in compagnia di una mamma poco più che ventenne (la quale in Italia farebbe urlare il più asessuato e silente dei matusa) e del suo piccolo erede. Già erculeo nelle dimensioni. Ma al massimo, proprio al massimo, anagrafe alla mano, pronto per l'asilo. Anche lui brandisce, è l'ora della merenda del resto, il suo salsiccione di ordinanza. Nutriente e corroborante per una perfetta e sana crescita in una società maschia, guerriera e civilissima. Qui, a casa del saggio Odino e del coragioso Thor, si gioca a fare i duri sin dalla culla. I bambini, nella realtà e nel mio immaginario mitizzante, sono "tirati sù" ad omogeneizzati di foca, renna ed alce. Integrati da latte, giammai scremato, e dai già citati salsiccioni alias wurstel. Forte dell'indimenticabile esperianza di passate Waterloo, non mi azzarderò a competere con il bellissimo nanetto biondo. Non avrei scampo. Una Coke Light per il sottoscritto, nel tentativo di mandare in discarica l'infernale malloppo. Ecco quello che ci vuole. Io, insignificante figlio del debosciato meridione, non posso correre rischi digestivi.
Copenhagen è sempre Copenhagen. Splendida Copenhagen. Così rifletto e mi congratulo, guardando il cielo, annusando le ragazze danesi ed implodendo un vulcanico "ruttino" assai poco vichingo.
Il motore a scoppio su quattro ruote, in questo paradiso del "walking", è comunque presente. Ma le due ruote con i pedali, la fanno da padrone in questa riuscitissima arena del welfare state.
Sono troppo avanti loro o irrimediabilmente indietro noi nel sociale? Purtroppo, per quanto ogni volta desideri approfondire l'annoso argomento, le distrazioni materiali hanno sempre la meglio sui miei buoni propositi.
Qui è un viavai indefesso di bellezze statuarie. Segretarie e studentesse. Fresche mamme e cameriere. Impiegate e vivandiere. Il pacioso Gioacchino Rossini ed il satiresco Wolfango Mozart, in queste lande, avrebbero avuto di che comporre opere buffe e spensierate al vaporoso sapor di sottana.
Quante ne avrò già viste, di minigonnate con spacco ascellare, a ribadire un'altezza al garrese degna del grande Varenne? Tacchi a spillo vertiginosi, caschetto da corridore ciclista professionista (la sicurezza innanzitutto), glutei poderosi e guizzanti. Pedalata rotonda, da brividi e sudori freddi. Ma proviamo a dare un'occhiata anche all'altra faccia della medaglia.
Il sesso forte, quando non è in libera uscita da T-shirt e blue-jeans, risponde con robusti avvocati/impiegati in giacca, cravatta, cartella di cuoio. Costoro, spesso e volentieri calzanti, con assoluta improntitudine, terrificanti gessati color terra di Siena. Oppure, meglio ancora, grigio-topo canna di fucile. Le sottili righe, per i primi possono essere rosso carminio. Per i secondi, giallo vaniglia-vomito (da birra per intenderci e restare in tema con i luoghi). Impensabili uniformi da "carriera", alle nostre eleganti latitudini. Anche per un cieco di lunghissimo corso. Imperdibile caschetto ciclistico anche per i maschietti, a proteggere la zazzera quasi albina ed impomatata all'ultimissima moda. E...e...e...serrato rullo di tamburi per gli amici del Trofeo Fantozzi di tutto il mondo... mollette da panni GIALLO OCRA!!!!!!!! Queste ultime nefandezze, esibite pinzate a fermare gli svolazzanti risvolti degli inguardabili pantaloni, in ovvio sentore di stilista di grido. Grandioso, insuperabile, maestoso spettacolo di soddisfatta e facoltosa barbarie. Altra sconsolata considerazione non mi riesce di formulare, ogni volta che assisto allo straordinario spettacolo di questi ex razziatori ripuliti ed impomatati .
Costoro, i miei nordici-extraterrestri, se ne sbattono di tutto e di tutti. Dall'alto dei loro boscosi confini del mondo. Perchè non sanno. Dal momento che non possono capire. Beata ed ignorante lontananza.
Orfani irrecuperabili della lezione estetico-culturale del Rinascimento, non si danno pena di esibire in pubblico ed in privato le seguenti caratteristiche: dura ed insipiente indifferenza al bon ton; sensualità selvaggia; tangibile erotismo; pragmatismo, civiltà; noncurante faccia di tolla. Figlia della conquistata libertà dell'individuo e dell'indecifrabile puritanesimo protestante. Pedalano e marciano, con la tipica postura del più classico: "fatti gli affari tuoi uomo/donna...io sono come sono... faccio ciò che voglio e...soprattutto, mai non giudicare".
In tema di libertà, potrei anche accennare a stuoli di minorenni-may be-maggiorenni, curve sul manubrio e scalze sui pedali. Capelli al vento, una immancabile tazza di caffè nella destra. In versione by night, una lattina di Carlsberg al posto del campanello.
Potrei rimarcare e sottolineare, anche la dicretamente diffusa abitudine di mangiare e bere sempre. Di tutto e molto di più...ovunque.
Con funambolica strafottenza ed irriverente abilità circense. Non c'è gradino, nella città della sirenetta, che non si presti ad essere utilizzato come desco per una buona bevuta o una nutriente merenda. Notte o giorno, fa pochissima differenza in queste lande socialdemocratizzate.
Osservando soddisfatto questo perenne spettacolo di pragmatico e rilassato savoir-vivre alla vichinga, mi accorgo di essere giunto in prossimità della mia prima meta "acculturata". Peccato. Quante altre ne ho viste che voi umani-mediterranei neanche potreste immaginare. Camminado e stupendovi, lungo il godereccio e profumato Stroget.
Benessere e bellezza, rinfrancano il mio spirito, qui dove un tempo i ghiacci perenni e gli orsi polari la facevano da padroni.
Imbocco baldanzoso Kobmagergade (si pronuncia Komarghede ma non chiedetemi come ciò sia possibile per glottide umana). Trattasi questa, di una delle "pedonali" più frequentate e battute del centro storico. Negozi di design luccicanti. Ateliers di arredamento lussuoso e dell'ultimissimo grido. Ceramiche e porcellane trendy. Moda femminile, abiti, mutande e scarpe in quantità inimmaginabili. Il tutto, per una tipologia di donne che... "sanno benissimo quello che vogliono". E non devono chiedere mai.
Ma il mio vero obbiettivo, nonostante cotanto luccicare di lustrini, cristalli e guepieres da pelle d'oca, è un altro. Un dilemma lacerante, attanaglia la mia anima sensibile e ben educata da studi classici. Posso permettermi una fresca birra media, al solito chiosco, prima di gettarmi sulla preda che mi ha spinto a solcare la distanza con la bellezza di due ore di treno, una di autobus ed altre due di aereo? Il rovello dura poco. Senza il giusto apporto di calorie non si dovrebbe mai affrontare un impegno che abbia la cultura quale suo più sincero fondamento. Vada per la bionda con le bollicine. E per un altra salsiccia liscia...con pochissimo pomodoro ed una lacrima di senape.
Digerito e sintetizzato il tutto, ecco dunque presentarsi alla mia debole volontà, il vero rebus da risolvere. Opto per un'accurata e seriosa visita al famigerato Erotisk Museum (Museo Erotico), oppure mi lancio nella conquista in verticale della altrettanto dilettevole Rundetarn (Torre Rotonda)? L'alcova pruriginosa o un virile trekking urbano?
Scelgo la solida e tranquillizzante verticalità della Rundetarn.
Sarà la quarta o la quinta. Ma anche stavolta non posso resistere alla tentazione di godermi la città ed i suoi dintorni dalla sommità di questo tozzo colosso circolare alto una quarantina di metri. Pagato il biglietto...c'è una lieta sorpresa cari signori...non ci sono gradini! Io odio i gradini...perchè ho le gambe corte. Si può quindi salire decisi, lungo una larga rampa elicoidale lunga 210 metri. E' un'esperienza particolare, proprio perchè non c'è nulla di particolarmente rilevante sotto il profilo artistico. La luce penetra vivida lungo le numerose finestrelle che si terranno sulla vostra sinistra durante tutta l'ascesa. C'è chi scende e c'è chi sale. I tetti di Copenhagen non tardano a mostrarsi nel loro verde rugginoso e vivido. Un solido monumento nordico può anche rivelarsi poetico. Non solo e sempre funzionale, massiccio e godibile, come potrebbe farci notare un occhio non troppo allenato. Ecco una pratica opportunità di fuga dalla caotica frenesia di una metropoli... tra le più vivibili e tranquille del mondo.
Però, adesso che ho acceso la memoria , i gradini ci sono. Pochi ma li devi fare. Una torre che si rispetti, in qualsivoglia angolo del sistema solare, deve avere i suoi sacrosanti gradini. Una porticina, una strettissima scaletta a chiocciola...ed ecco la giusta ricompensa. Il molto se non assai plebeo museo della Rundetarn, mi regala la solita emozione imprevedibile. Esplodo nel vento, elemento portatnte che mai può mancare giunti a destinazione. All'inizio è solo cielo, quello nordico. Da cartolina e da fiaba. Pulito, terso, dalle molte e imprevedibili sfumature cromatiche. Ma, as usual, basta un secondo per accorgermi che tutto il resto c'è ancora, intatto, dall'ultima volta. Ho tutta la città ai miei piedi. Se voglio respirare la vera aria del nord, so che devo venire sin quassù. La ragione più intima di questa mia inveterata abitudine, la lascio alle parole assai più convincenti di un grande del passato: "Quando arrivo in una città, salgo sempre sul più alto campanile o sulla torre più alta, per avere una veduta d'insieme, prima di vedere le singole parti. E nel lasciarla faccio la stessa cosa, per fissare le mie idee" (1). Così parlava Montesquieu. Così ci consiglia di fare per riuscire nella sfida dei sensi. Quella di catturare un'atmosfera duratura di luoghi che, ad altezza suolo, potrebbero anche rivelarsi, se non ingannevoli, almeno differenti. Due universi simili. Ma non identici nello specifico degli occhi e dell'anima.
Adesso posso dire di sentirmi davvero a Copenhagen. Anche se sono circondato e cacofonicamente offeso dagli immancabili giapponesi. Dai sempre presenti francesi. Da qualche spagnolo di nuova generazione e... ovvio, da napoletani, veneti, toscani e siculo-calabresi.
Il vento danese, ecco quello che sempre mi ci vuole. Per sapere di essere immerso finalmente in un altro mondo. Uno diverso dal mio. Questo era quanto volevo, ciò di cui avevo bisogno quando decollai.
Nel declinare del pomeriggio, la vista spazia sul caratteristico rosso-verde dei palazzi più antichi. L'agile e svettante Torre del Municipio in Radhuspladsen mi sfida nella brezza. L'unica degna (in realtà assai più alta), di stare a questa altezza di occhi e di sentire.
Qualcuno, avveduto ed attento, potrebbe chiedere perchè non vivere codesta esperienza proprio sulla Torre del Municipio.
Perchè soffro di vertigini, oltre certe quote. Sono un turista, non un eroe.
Ma torniamo alle nostre, limitate, altezze.
I pochi grattacieli della moderna city (tutttavia saldamente proiettata nel tempo a venire) non lasciano il segno nel complesso del panorama. Macchie contemporanee di una città felice di avere una pelle indurita dagli anni e dai chilometri.
Anche i freddi e minacciosi inceneritori sullo sfondo accecante del sole, non rovinano il quadro della mia Copenhagen. Una città per nulla in imbarazzo nel contrasto tra passato e presente. Lo spazio non manca, gli orizzonti sono ampi. Si può osare. E' lecito innovare ma senza stravolgere. Mattoni, rame, vetro ed acciaio possono convivere senza farsi male. Posso inoltrescorgere, nitido, lo Stadio del Calcio. Simbolo della più soddisfatta, frustrata, repressa e perfetta società contemporanea.
Quando mi giro a levante, posso intuire la sagoma nero-verde della costa svedese. Inondata dal sole, oltre il grigio freddo Canale dell'Oresund. Non faccio alcuna fatica ad individuare, piccolo e mastodontico al tempo stesso, il nuovo simbolo della Scandinavia del terzo millennio. Il ponte di 8 chilometri che dal 2002 collega la sponda danese a quella svedese. Un'opera d'arte gigantesca, incasellata nel contesto grandioso di una natura già di suo aspra ed imponente.
Copenhagen è una città a contenuto tasso di decibel. Ad un'altezza di 40 metri, poi, offre come poche altre il delicato frastuono del silenzio. Il vento, fresco d'estate, sferzante d'inverno, svolge il ruolo del perfetto contrappunto ritmico.
Sono lontano da casa, in un mondo diverso. Dai colori nuovi e più aggressivi dei miei. Mediterranei, opachi anche quando sembrano luminosi.
Qui, come ogni altra volta, mi sento solo. Mi sento uomo ed individuo. In terra straniera. Ma non sono in difficoltà, perchè so di essere padrone di me stesso. Nell'estraneità dell'atmosfera che mi circonda, trovo il conforto dell'istinto animale. Capace di tenere a bada e governare i timori e le manie spesso ingiustificate della ragione. Qui non posso trovare l'arte e la cultura ai loro massimi livelli di espressione. Non ci sono capolavori indimenticabili, classici o rinascimentali. In queste dure, bellissime ed aspre lande non potrai mai assistere al trionfo del genio. Quaggiù, emerge l'intimo sentire dell'animale uomo ai suoi primordi civilizzato. Qui si viene per scoprire la forza della natura e sincerarsi dell'esistenza di società più facili da vivere. Perchè meglio organizzate, Perchè tribù omogenee, diffidenti ed ambiziose. L'esiguità del loro numero ( i danesi constano in tutto di poco più di 5 milioni di anime), regala il tocco finale ad un processo di introspezione salutare.
Devi saper vivere con te stesso, se vuoi resistere a queste latitudini. Anche da turista. Ci si viene, per esempio a Copenhagen, proprio per guardare una città molto diversa dalle nostre. Un bel paesone opulento, come potremmo dire dalle nostre parti. Anche questo elemento mi fa amare assai il grande nord. Poco estro, scarsa inventiva, assenza di memorabilia che possano stordire nella riuscita normalità. Ma istinto applicativo assai sviluppato, profuso a piene mani, su una base culturale di ottimo livello.
Qui non si sente la necessità di stupire, di suscitare l'emozione e lo stupore a tutti i costi.
Al tempo stesso, non è mai possibile dimenticare ciò che non possiamo dimenticare di essere. Animali addomesticati.
Ecco perchè, sull'onda di questa ritrovata ferinità, schivando due minuscoli figli del Sol Levante ed un numero imprecisato di trasteverini a dir poco spumeggianti, all'improviso decido di ridiscendere al suolo. Corro il rischio di mettermi ad ululare felice sottovento. O, peggio, di battere ritmicamente la mia spada vichinga sul pesante scudo dei miei onorabili antenati. Neanche in Danimarca, purtroppo, sono pronti ad accettare un tale sfoggio di riconquistato e primitivo istinto belluino.
Adesso sento il bisogno di bere, di mangiare, di guardare i miei simili e di divertirmi.
Andremo dove si fa rumore ma non troppo. Dove si ride e si urla ma senza esagerare. Un posticino famoso in tutto il mondo, per la sua affabile semplicità e leggera spensieratezza. Riconquistata l'impronunciabile Kobmagergade, mi do allegramente al buon tempo nel tratto di strada che mi separa dalla seconda meta di giornata. Ho già accennato allo Stroget, il "pedestrian boulevard", il salotto della splendida Copenhagen. Due chilometri abbondanti di shopping, gastronomia, divertimento e memoria storica al massimo del benessere contemporaneo. Anche qui, turisti vocianti a parte, si può fare attività museale di livello soddisfacente. Immergersi nella dinamica quotidiana di una moderna capitale del nord è il primo irrinunciabile passo. Il giorno migliore? Ovviamente sabato. Birra per tutti e salsicce a volontà. Quando la strada si riempie a dismisura di biondi bighellonanti e sfolgoranti vichinghe, Copenhagen brilla di luce propria.
C'è proprio di tutto a queste latitudini.
L'affamato viaggiatore alla spasmodica ricerca di sensazioni e cultura popolare, non potrebbe chiedere di meglio. Negozi d'abbigliamento e grandi magazzini di considerevole lusso. Design scandinavo all'avanguardia. Tecnologia dell'ultima ora e souvenirs di ogni livello. Dall'infimo all'arte. Librerie vecchio stile. Gioiellerie con la preziosa e carissima ambra sempre bene in vista. Birrerie ovunque, pasticcerie, panetterie. Locande e seminterrati nei quali si offre musica dal vivo, con l'aggravante di avere la chance di ingurgitare le esplosive grappe danesi. Ristoranti di lusso nei quali vengono serviti carissimi gamberi e superlativo salmone. Fresco o affumicato, è solo questione di portafoglio. Pizzerie italianeggianti. Bisteccherie di stile texano, fumiganti quanto il motore di una Corvette sotto il sole della California. Il "takeaway" da tutto il mondo, è quasi uno stile di vita nella capitale.
Turco, cinese, indiano, coreano, messicano. Forse anche i marziani, sotto mentite spoglie, sono stati capaci di inserirsi con la loro cucina tipica, in questo straordinario universo mangereccio. I vichinghi la fanno comunque da padroni in casa propria. Grandi e piccini, l'età non conta in una società un tempo guerriera, mangiano le stesse cose. E quasi nelle stesse quantità. La birra chiara, Tuborg e Carlsberg su tutte, scorre impetuosa come in un fiume in piena. Sul fronte solido,gli hot dog, sono le riconosciute e venerate divinità di ogni "copenaghese" che si rispetti. Lo mangiano ovunque. Seduti, in piedi, sdraiati sulla nuda terra, eleganti, sbracati, scalzi, con i tacchi della festa, in bicicletta, sulle spalle di mamma e papà, mentre amoreggiano dolcemente o parlano distrattamente al cellulare. Sul centro storico di questa metropoli bighellona grava, perenne, un acre profumo di salsiccia, pesce fritto, patatine unte e bisunte, aringhe affumicate, kebab, schiuma di birra e bistecche da barbecue.
Tutto molto maschio, tutto molto divertente. Semplice ed informale. A complemento di questa atmosfera da "tempo libero ben speso", non posso dimenticare lo scenario degli edifici che le fa da anfiteatro. L'architettura scandinava, non posso negarlo, mi ha sempre fatto impazzire. Il rosso, il bianco ed il giallo dei muri, ritaglia un angolo di buon umore anche nei giorni più grigi e plumbei. Palazzi a volte strettissimi, altre con facciate larghissime e spesse finestre piombate. Per ripararsi dalle offensive del "Generale Inverno". Quasi tutte lavorate, queste pittoresche magioni, nel pragmatico stile mercantil-borghese di questi antichi bottai, commercianti ed intrepidi navigatori. Più che un museo, lo Stroget è una lunghissima galleria d'arte al passo con i tempi. Ma non ingrata con i fasti del passato. Gratuitamente a disposizione di tutti quanti volessero informarsi sugli usi e costumi di un popolo barbaro nelle tradizioni. Ma oggi civilissimo quanto a organizzazione sociale. Fare cultura ad alto contenuto di calorie e grassi, con buona pace dell'intellighenzia che conta, potrei definirlo l'ideale di ogni individuo contemporaneo. Privo di genialità ma bisognoso di rassicurante comfort .
Ridendo, scherzando...bevendo...e mangiando...non mi accorgo di essere sbucato nell'ampia e ventosa Radhuspladsen (Piazza del Municipio).
Subito l'occhio corre alla già citata e svettante torre del palazzo medesimo. Qualcuno, una volta, mi disse essere alta ben 106 metri.
Ma ai capogiri vertiginosi non si può comandare.
Radhupladsen, è un altro dei tipici e ben vissuti esempi del più tipico e goduto "scazzo" vichingo.
Per toccare con mano il famoso individualismo dell'homo sapiens nordico, a mio avviso, non c'è niente di meglio che mettersi ad osservare il soggetto in questione in uno spazio aperto di una grande città. Copenhagen e Stoccolma sono perfette. Solo nei luoghi votati all'agregazione sociale, si manifestano, quasi schizofrenici, i tratti caratteristici di questa orgogliosa stirpe contadina. Il Danese ama la libertà e non ha alcuna intenzione di sottomettersi all'altrui volere. E' di poche parole. E' fiero, indipendente. Adora la libertà. Ha compreso alla perfezione che si vive una volta sola. Spende ma non spande. Ama una vita comoda ed allegra, con tanta birra ed inumerevoli salsicce nella faretra. Il danese ha l'occhio furbo del contadino scaltro, abituato ai rigori di una terra difficile. Pertanto, proprio in un enorme spazio quale Radhuspladsen, è godibilissimo lo spettacolo di uomini e donne solitari e titubanti. Con lo sguardo perso nel vuoto, l'occhio ceruleo posseduto da una fissità glaciale. Altre volte, se proprio costretti, li puoi anche vedere impegnati in lente e ben ponderate conversazioni al silenziatore. Con uno, massimo due, dei propri simili. Neppure i numerosi giocolieri strada, i musicisti di mille etnie che dall'alba al tramonto fanno da colonna sonora ad una città tranquilla come questa, possono rincuorare un copenaghese disperso nel vento di uno spazio aperto. Indifeso inquilino di questa terra, granitico e stoico al sibilare tagliente di un'aria limpida.
Costretti negli spazi stretti ed angusti, in assenza di cielo ed orizzonti, i vichinghi sentono invece il caldo richiamo del sangue. Si raggruppano, si accorpano, diventano popolo. Tribu in movimento. Bevono, urlano e si divertono a più non posso, i corpulenti normanni. Battono i pugni sui tavolacci grommati di birra scolata. Si dimenano al ritmo della musica più indiavolata, fanno rivivere i fasti dei loro antenati conquistatori di mezzo mondo. Rivelano una gioia di vivere tale da far impallidire il presunto godereccio universo mediterraneo.
Affascinante. Se abbandonati, isolati, sparsi in numero esiguo in grandi spazi, sembrano trasformarsi in lupi circospetti. Sospettosi di qualunque ed eventuale intrusione nella loro tanto amata e coccolata privacy.
Adesso poi che sono socialisteggianti (loro) e democratici (sul serio), quindi benestanti, il terrore di vedersi privati anche di un solo misero grammo della loro indipendenza, li rende quasi infelici.
Ciò detto, non è che io mi sia distrato dal mio originario proposito. Quello di visitare un altro "museo" della cultura "popolare" danese. Dalla brillante Radhupladsen, è questione di un attimo da raggiungere Vesterbrogade (rinuncio alla pronuncia) e quel paradiso per grandi e piccini che nel cuor mi sta da ben due lustri. A tutti meglio noto con il famigerato nome di Giardini di Tivoli.
Il museo dei semplici e dei bambini, di ogni età ed estrazione.
La cultura ed il sapere, possono essere coltivati su molteplici livelli ed a differenti altezze. Questa sera voleremo bassi.
Di fianco alla stazione centrale che mi ha sputato nel sole, non più di due ore orsono, si può accedere ad un condensato di svaghi popolari, unico nel suo genere. Il Tivoli, al tempo stesso, può essere definito un campo giochi per tutti i gusti. Un giardino multicolore ed un naturale luogo di ritrovo per chi volesse svagarsi all'ombra della cultura copenaghese più verace che ci sia. Nonostante il fatto che il luogo, in realtà, sia ormai uno dei principali richiami turistici dell'intero paese, il Tivoli è la materiale trasposizione dell'anima e delle voglie dei biondini e delle biondone di quassù.
Come la Rundetarn, anche questo angolo di scandinavia mi ha sempre restituito quello che mi aspetto da questo popolo estraneo. Un'intima e pensierosa allegria. A tratti contenuta. A tratti selvaggia.
La loro è un'esistenza, ai miei occhi di italiano nevrotico, confusionario e trafficato, vissuta con il silenziatore della civiltà del tempo libero inserito nel quotidiano. In mezzo alla folla, ai soliti italioti, ai nipponici foto-dipendenti, ai diffidenti cugini francesi, ai crucchi teutonici ed oggi anche ai lisci figli del celeste impero ...sempre trovo i danesi come mamma li ha fatti. Nudi e crudi nella loro grezza anima di barbari. Il parco del Tivoli è bello. Perchè è un giardino ben curato e dignitoso. E' semplice perchè ti propone tutto quello che ti aspetteresti da un luna park di una qualsiasi metropoli. E' kitsch ma con accettabile e tranquilla eleganza. E' comodo e soddisfacente. Perchè puoi mangiare, bere, dormicchiare, ascoltare musica, isolarti con un libro. Ma è anche diverso nel suo concedersi alle voglie un po più dinamiche di chi lo frequenta. Possiede un registro speciale, con un nonsochè di personalizzato. Anche nelle attrazioni più classiche. Appariscente ma non pacchiano. Sempre tecnologicamente al passo con le esigenze dell'oggi, votato all'iper-tecno più sfrenato, I Tivoli Gardens sono in grado di strapazzare le immancabili orde urlanti di bambini. A caccia di montagne russe da brividi o vomitose centrifughe spaziali. Caro visitatore spensierato e per tua fortuna anche un poco ingenuo, troverai sempre una galleria dei fantasmi. Nella quale tu, quarantenne di 100 chilogrammi, 180 centimentri di spensieratezza e mezzo metro di zucchero filato sulle labbra, potrai giocare all'undicenne prepuziale. Con la certezza di ricevere in premio sulla faccia e sulla panza, alla fine della tenzone, un muro di acqua gelida . Sgorgato traditore da una subdola cascata artificiale, per farti sentire fesso e soddisfatto.
Ma in questo "luogo che non c'è", non ci si dimentica mai di chi sia, invece, in cerca delle melodie rilassate di un concerto viennese. Giusto all'ora del te. Oppure di quanti vogliano scivolare fuori dal tempo, remando su piccoli canali, stile "Tre uomini in barca" del buon Jerome. Se poi ti cogliesse l'uzzolo di fare un tuffo nel mondo dell'arte, sulle note dello Schiaccianoci o della Madama Butterfly, che cosa di più facile? Stringendo nelle tue manone pane e salame di...sarai accontentato. Miscredente. Uomo distratto dalle donne più belle del mondo e da una pace acustico-sociale che dalle tue parti è solo un'irraggiungibile chimera. Io, che sono portato alla distrazione per bizzaria genetica ed italico imprinting, ho voluto compiere, sul far della sera, la seguente spensierata prodezza.
Avvolto in un apolacalittico tramonto di giugno, venato di rosso, arancione e blu cobalto.
Confuso fra le biondissime teste di tanti vichinghi, ho cominciato con una buffa rappresentazione al teatro della pantomima. Un palcoscenico all'aperto in stile cinese holliwoodiano. Pacchianissimo alle nostre latitudini, quasi sofisticato a queste latitudini. Non ho capito una parola. Il danese, for me, è aramaico arcaico. Ma mi sono divertito come uno scemo, a guardare i padroni di casa ridere (finalmente) a crepapelle. Rapiti e soggiogati dalle battute di un gruppo di comici forse famosi. Vestiti come dei contadini di Hans Christian Andersen a caccia di balene, mi hanno fatto ricredere sulla vis comica di questa tribu indecifrabile. Credevo fossero lontani anni luce dal più greve sense of humour. Mi sbagliavo.
Terminata lo spassoso atto unico, ho intuito che, per stemperare un impegno intellettuale di un cotale rilievo, avrei fatto bene a correre a rifornirmi di birra e pesce fritto. Spalla a spalla con turisti poliglotti e voraci autoctoni, mi sono sentito meno straniero e di troppo.
Italicamente"svaccato", su una panchina nella amena zona dell'immenso e fintissimo palazzo arabo, mi sono rovinato la digestione per tutta la settimana a venire. Qualcuno ha letto ed ha fatto benissimo a strabuzzare gli occhi. Ma non siamo nella biscazziera Las Vegas. Qui non si azzarda. Al limite, si osa con il cibo e la forza di gravità.
C'è pure la reggia dell'emiro da mille e una notte, in questa riserva dello spasso artificiale. In realtà, il minareto prefabbricato, nasconde uno dei quasi trenta ristoranti dell'intero complesso ludico. Uno ogni cinquanta metri, circa. Perchè, se sei danese verace e con il bollino doc, potrai magari rinunciare alle nauseanti montagne russe. Forse salterai un paio di giri sull'ottovolante ed un paio di foche monache all'acquario. Ti perderai a malincuore alcuni concertini nei suggestivi gazebo belle epoque. Ti potrai forse fare una ragione se, per caso, quel giorno non troverai il tempo e la voglia di scialacquare metà stipendio al tiro a segno. Non lancerai, tu scellerato, dozzine di palle di pezza all'indirizzo di basculanti piatti di finta ceramica. Così come, troverai il modo di elaborare il lutto, nella sventurata ipotesi che il teatro del balletto abbia già chiuso i battenti. Magari dopo una mitica performance su musiche di Piotr Ilyich Tchaikosky e coreografie di Roland Petit. Ma giammai e poi mai, rinuncerai alla tua sacrosanta "via crucis" gastronomica di mezzo pomeriggio. Parliamoci chiaro, non badiamo alle ciancie. Le meraviglie del Tivoli sono, alla fine della fiera, una saga gastronomica. Recintata ed abbellita da ninfee, cigni ed arditissimi giochi d'acqua. Con musica jazz, classica, talvolta anche rock o blues, in delicato sottofondo.
Ma l'unica sinfonia veramente amata dai copenaghesi, è quella delle ganasce che ruminano e sgranocchiano. Il soave contrappunto di un ruttino al luppolo e la dodecafonica intermittenza di un risucchio di cannuccia da Coca-Cola ben modulato. Secondo uno spartito virtuale ma di grande successo.
Esemplare più veritiero di "museo di vita contemporanea" a Copenhagen, io non ne conosco. Cultura della strada, dell'esistenza quotidiana di una società benestante, tranquilla e socialmente avanzata. Ma per nulla al mondo, in qualche modo e mai, sazia di solido masticabile e liquido deglutibile.
Proprio a motivo di questa atmosfera consumistica a misura d'uomo, ho finito come ogni altra volta per rintanarmi nel mio angolo di Garden preferito. La mia isola felice da italico esiliato e vichingo adottivo. Lungo un ameno vialetto bordato di fresca e quasi pettinata erbetta, vi troverete improvvisamente a tu per tu con un'anacronistica ma per nulla fuori luogo pagoda nipponica. Fate ancora uno sforzo. Perchè, dietro questo falsissimo scenario alla Akira Kurosawa, abitato da cigni e papere, arriverete alle fresche acque di un piccolo lago. Dolcemente costruito sui resti degli antichi fossati militari della città. Sulla destra, salvifico miraggio nel deserto, troverete una graziosa locanda galleggiante. Una terrazza di legno vi accoglierà alla locanda "Faergekroen" (no comment come sopra quanto a pronuncia corretta in idioma locale). Mi viene da pensare: "E' il momento perfetto. E' il luogo adatto. E' il tramonto più bello che io ricordi da queste parti". E' l'ora dell'aperitivo, of course.
Ingurgitando avido persino la schiuma di una Tuborg media e tranciando a quattro palmenti le tenere carni della mia terza salsiccia di giornata, posso dare una compiuta definizione del termine felicità. Ora, in questo luogo, qui dove sono. Quasi sdraiato.
Inerte. Vibrante. Attonito.
Non c'è niente di commensurabile ai tramonti del Grande Nord. Non c'è manufatto umano che possa competere con essi. Impossibile scovare un catalogo di capolavori, anche i sommi, che possa fare gara con il pennello della madre Terra.
Questa notte dormirò, satollo in un ex granaio largo quanto un campo da football. Sognando bellezze quasi mitologiche e demoni al retrogusto di luppolo.
Copenhagen...
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